Anastasia Lombardi, un'infermiera Asl in Ungheria per salvare i profughi

Con l’infermiera del Dipartimento di prevenzione anche la dottoressa Paola Coluccia, impegnata nella campagna vaccinale anti Covid

A cura di Redazione
11 marzo 2022 15:10
Anastasia Lombardi, un'infermiera Asl in Ungheria per salvare i profughi -
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StatoDonna, 11 marzo 2022. È un ritorno alle origini quello di Anastasia Lombardi, infermiera della ASL di Bari, che sta partecipando in queste ore ad una missione umanitaria organizzata dalla associazione Ser Molfetta per mettere in salvo un gruppo di profughi ucraini affetti da disabilità.

Anastasia, 30 anni, è originaria della Bielorussia, ormai in Italia da quasi vent’anni. Parla molto bene la lingua russa. Martedì scorso, terminato il turno nell’hub Fiera per le vaccinazioni, ha deciso di unirsi al gruppo di Don Gino Samarelli per andare a prendere donne, bambini, e anziani, in fuga dalla guerra in Ucraina e portarli al sicuro in Italia. Oggi in tarda serata è previsto il rientro a Molfetta.

Anastasia Lombardi, un'infermiera Asl in Ungheria per salvare i profughi

“Ho parlato con loro in lingua alla dogana ungherese - racconta Anastasia mentre è di ritorno in Puglia - sono tornata alle mie origini, tutti hanno lasciato lì qualcuno che vogliono riabbracciare al più presto, sperano di rivedere i loro cari. Non ho avuto un attimo di esitazione, ho subito accettato l’invito della dottoressa Coluccia – aggiunge – è un’esperienza forte ma sono contenta di averla vissuta”.

Anastasia Lombardi, un'infermiera Asl in Ungheria per salvare i profughi

A bordo del pullman su cui sta viaggiando l’infermiera ci sono quaranta persone, di cui sei non vedenti e undici ipovedenti. Tra loro anche una neonata di 9 mesi, un anziano di 80 anni e tre cani.

Anastasia Lombardi (a dx) e Paola Coluccia

Con l’infermiera, c’è anche Paola Coluccia, 62 anni, cardiologa in pensione, impegnata prima in attività di contact tracing e dopo nella campagna vaccinale dall’inizio della pandemia Covid ad oggi. “Del primo incontro con i profughi – racconta Coluccia – ricordo gli occhi lucidi delle donne e dei bambini infreddoliti. Sono stata io la prima a farli salire sul nostro mezzo – continua la dottoressa – abbiamo verificato lo stato di salute ed eseguito i primi tamponi, oltre a far sentire il più possibile la nostra vicinanza”.

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