Suona l’ultima campanella di un anno difficile, di ripresa e ritrovata socialità

Stato Donna, 9 giugno 2022. Suona l’ultima campanella. L’anno scolastico è finito. Davanti alle scuole ci sono i maturandi con gli occhi lucidi e i bambini con il grembiule appallottolato nello zaino. La campanella suona per tutti. Tutti sono legati alla scuola, perché, nonostante le difficoltà riscontrate soprattutto in questi ultimi due anni, resta centrale l’idea che la scuola sia una comunità educante che non si limiti solo a notare i bisogni dei propri allievi, ma che costruisca un futuro a trecentosessanta gradi.

Tempo di bilanci, alla fine di un anno complicato. Con lo spettro della pandemia, ma con la voglia e la necessità di ritornare tra i banchi. Una voglia difficile da conciliare con le disposizioni a cui attenersi nel rispetto delle norme di sicurezza. Un anno trascorso in presenza, con le mascherine e con la distanza. Forse più complicato da gestire: gli insegnanti, per buona parte dell’anno, hanno avuto il compito di controllare che le regole fossero rispettate. Retaggio pandemico, l’utilizzo dei dispositivi informatici, che a volte ha rappresentato un ostacolo. Si pensi all’uso smodato della chat dei genitori, che, in alcuni casi, si sono arrogati il diritto di gestire la didattica attraverso whatsapp.

La pandemia, inevitabilmente, ha avuto un impatto pesantissimo sulla scuola e sulle famiglie. Ora occorre aumentare e massimizzare le risorse di ogni genere per rendere le scuole più inclusive e farle diventare centri pulsanti di cultura. La scuola è un grandissimo laboratorio dove i ragazzi imparano a muoversi e a diventare grandi, insieme. Per tanti studenti forse è solo un “male necessario” ma è anche l’unico luogo dove si impara a stare insieme agli altri. Non c’è alternativa. Per gli insegnanti, la scuola è un osservatorio privilegiato che permette di seguire passo dopo passo la crescita dei propri studenti.

Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha dichiarato: “Le scuole sono determinanti per la coesione delle comunità. Ogni quartiere, ogni scuola hanno la propria identità che si alimentano a vicenda: una scuola aperta e inclusiva contribuisce al benessere della città e le istituzioni si devono alleare per favorire modelli di sviluppo e di relazioni sul territorio Siamo al lavoro quindi per dare una funzione specifica e particolare a ogni scuola nel suo territorio con lo scopo di arrivare a una scuola veramente aperta, inclusiva e affettuosa”.

Ed è proprio l’aggettivo “affettuosa” che porta il senso primo dell’essere docente, perché è nel rapporto con gli alunni che si delinea la fisionomia dell’educatore: non si può amare senza insegnare nulla, e non si può insegnare nulla senza amare. Dunque, la relazione educativa è possibile costruirla su questi elementi costitutivi, inseparabili, e intrinsecamente necessari per un “patto educativo” dinamico, efficiente ed efficace. Nella prospettiva di una relazione educativa, trasmettere i contenuti attraverso le parole è un atto necessario ma insufficiente. Ma anche un presunto affetto per gli alunni senza la trasmissione di insegnamenti autentici per la mente e per la vita è illusorio e non edifica.

Sarebbe un amore “sgrammaticato”, senza regole, privo di parole che educhino alla crescita della propria vita e al prendersi cura di sé e del proprio futuro. Insegnare è amare la vita di altri, ma è anche insegnare ad altri ad amare la propria vita, a prendersi cura del proprio futuro.

Il punto di arrivo che coincide con il punto di partenza. La campanella suona per tutti, perché ognuno è parte della scuola. Docenti, dirigenti, personale scolastico, genitori, istituzioni. E loro. Gli alunni, tutti. Quelli che sanno che il loro percorso di vita passa attraverso la scuola.

Valeria Mazzeo, 9 giugno 2022

 

Redazione

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