Settembre riparte a scaglioni: chi in famiglia si riorganizza davvero

La scuola riapre tra il 7 e il 17 settembre a seconda della regione. I dati Istat e Ispettorato dicono su chi ricade lo scarto.

27 agosto 2026 11:36
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Non esiste una data unica in cui la scuola italiana riapre. Per l'anno 2026/2027 le lezioni cominciano il 7 settembre nella provincia autonoma di Bolzano e il 17 settembre in Puglia, con tutte le altre regioni distribuite nei giorni intermedi. Sono dieci giorni di distanza tra la prima campanella e l'ultima, dentro un mese che le famiglie devono coprire comunque, mattina per mattina.

Lo scarto non pesa solo su chi si sposta tra regioni diverse. Pesa su chi ha figli di età diverse nella stessa casa, su chi lavora in una provincia e vive in un'altra, su chi ha un contratto senza margini di recupero e deve decidere entro la fine di agosto come coprire giornate che la scuola non copre ancora. Resta sullo sfondo una domanda che i calendari non pongono mai in modo esplicito, e cioè chi dentro la coppia si occupa materialmente di questa ricostruzione.

Punti chiave

  • Nell'anno scolastico 2026/2027 le lezioni iniziano su sei date diverse, dal 7 settembre a Bolzano al 17 settembre in Puglia, e i singoli istituti possono adattare ulteriormente il calendario regionale.

  • Secondo il Rapporto annuale 2026 dell'Istat, nelle coppie di occupati tra 25 e 64 anni le donne svolgono il 68,9 per cento del lavoro familiare, quota scesa dal 75,4 per cento del 2003 soprattutto perché sono state loro ad alleggerire il proprio carico.

  • Lo studio di Allison Daminger del 2019 individua nella previsione dei bisogni e nel controllo dei risultati le fasi del lavoro domestico più sbilanciate sulle donne, mentre la fase decisionale risulta la più condivisa.

  • Nel 2025 l'Ispettorato nazionale del lavoro ha convalidato 59.770 dimissioni di genitori con figli piccoli, di cui 40.628 di madri, con le difficoltà legate ai servizi e all'organizzazione del lavoro a coprire il 79 per cento delle motivazioni femminili.

  • Le richieste di part time respinte dai datori di lavoro nel 2025 riguardano 828 lavoratrici contro 14 lavoratori, secondo la stessa rilevazione.

  • Il rapporto Le Equilibriste 2026 di Save the Children stima al 33 per cento la penalizzazione lavorativa associata alla maternità e al 58,2 per cento il tasso di occupazione delle madri con figli in età prescolare.

Dieci giorni di scarto tra la prima e l'ultima campanella

Il calendario scolastico è competenza delle regioni e delle province autonome, che lo deliberano di norma entro la primavera precedente. Per il 2026/2027 l'avvio delle lezioni si distribuisce su sei date. Bolzano apre il 7 settembre. Il 10 tocca a Valle d'Aosta, Veneto e provincia di Trento. Il 14 partono Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia e Piemonte. Il 15 riprendono Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana, il 16 Abruzzo, Basilicata e Sardegna. La Puglia chiude la sequenza il 17.

La differenza non è arbitraria e non produce nemmeno anni scolastici di lunghezza diversa, perché il monte ore annuale minimo resta quello fissato a livello nazionale e le regioni possono soltanto distribuire i giorni in modo differente. Chi parte prima finisce più tardi, chi parte più tardi recupera altrove. Dal punto di vista amministrativo il conto torna. Dal punto di vista di chi deve organizzare una settimana lavorativa, no.

A questo si aggiunge un secondo livello di variabilità. Il regolamento sull'autonomia scolastica, il dpr 275/1999, consente ai singoli istituti di adattare il calendario regionale, anticipando l'avvio o modificando l'articolazione delle giornate, purché resti rispettato il monte ore obbligatorio. È il motivo per cui due scuole della stessa città possono partire in giorni diversi. La delibera regionale di aprile fissa la cornice, la data su cui si organizza una famiglia arriva con la circolare di fine agosto.

La settimana in cui il calendario si sdoppia

La Lombardia offre il caso più leggibile. Il calendario regionale, di carattere permanente, fissa l'avvio delle scuole dell'infanzia al 7 settembre 2026 e quello di primaria, secondaria e percorsi di istruzione e formazione professionale al 14 settembre. Le lezioni terminano l'8 giugno 2027 per tutti gli ordini, mentre l'infanzia prosegue fino al 30 giugno.

Per una famiglia con un figlio alla materna e uno alle elementari significa due rientri distinti a sette giorni di distanza, e a giugno una situazione speculare, con tre settimane in cui il figlio grande è a casa e il piccolo ancora a scuola. Nessuna delle due date è sbagliata. Prese insieme, però, generano periodi in cui la copertura familiare deve essere costruita da zero, senza che nessun servizio pubblico se ne faccia carico.

Orari provvisori e servizi che partono dopo

Il primo giorno di scuola quasi mai coincide con l'orario definitivo. Nelle prime settimane gli istituti deliberano orari ridotti, spesso legati al fatto che l'organico dei docenti e del personale ausiliario non è ancora completo, e il servizio mensa parte in una data successiva, decisa in accordo con il comune. Sono decisioni che rientrano nell'autonomia della singola scuola e che quindi cambiano da plesso a plesso.

Un esempio concreto rende l'idea della distanza tra data ufficiale e normalità organizzativa. L'istituto comprensivo 12 Golosine di Verona ha comunicato alle famiglie che le lezioni riprendono il 10 settembre 2026 con orario ridotto e senza mensa, e che l'orario completo per tutte le classi parte solo dal 21 settembre. Undici giorni in cui la scuola c'è, ma non nella forma che permette a un genitore di lavorare una giornata intera.

Per la scuola dell'infanzia il meccanismo è ancora più marcato, perché l'inserimento dei nuovi iscritti viene scaglionato dal collegio docenti secondo criteri educativi, con frequenze di poche ore che si allungano progressivamente. Guardato dalla parte del bambino, l'inserimento graduale alla materna risponde a ragioni pedagogiche solide e non è pensato come servizio di custodia. Guardato dalla parte di chi lavora, richiede per settimane la presenza di un adulto disponibile a metà mattina.

Chi assorbe lo scarto

Su chi ricada questa disponibilità i dati sono espliciti. Nel Rapporto annuale 2026 dell'Istat, diffuso il 21 maggio, le donne dai 25 anni in su risultano dedicare al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, contro le 2 ore e 6 minuti degli uomini. Il divario è di 2 ore e 38 minuti.

L'istituto misura la ripartizione interna alle coppie con l'indice di asimmetria del lavoro familiare, che indica la quota di lavoro domestico e di cura svolta dalla donna sul totale della coppia, dove 50 corrisponde alla parità. Nel 2023, nelle coppie in cui entrambi lavorano e che hanno tra i 25 e i 64 anni, l'indice si ferma a 68,9. Nel 2003 era 75,4. In vent'anni la distanza si è ridotta di circa un'ora al giorno, ma il movimento è avvenuto soprattutto da un lato solo, perché le donne hanno alleggerito il proprio carico di quaranta minuti mentre gli uomini hanno aumentato il proprio di diciannove.

Il dato cambia con la geografia e con l'istruzione. L'asimmetria è più contenuta al Nord e nel Centro, mentre nel Mezzogiorno supera il 76 per cento. Scende al 66 per cento nelle coppie in cui la donna è laureata e supera il 71 per cento dove la donna non è andata oltre la licenza media. Istat registra anche l'effetto delle convinzioni dichiarate. Quando in coppia si ritiene che gli uomini siano meno adatti alle attività domestiche, l'indice sale di 6,2 punti se a pensarlo è l'uomo e di 5,3 punti se a pensarlo è la donna.

Il lavoro di previsione che non si vede

C'è una parte di questo carico che nessuna rilevazione sul tempo riesce a cronometrare, perché non corrisponde a un'attività visibile. La sociologa Allison Daminger, in uno studio pubblicato nel 2019 sull'American Sociological Review, ha proposto di trattarla come una dimensione autonoma del lavoro domestico e l'ha chiamata lavoro cognitivo. Analizzando settanta interviste a componenti di trentacinque coppie, ha individuato quattro fasi distinte, e cioè anticipare un bisogno prima che diventi urgente, individuare le opzioni disponibili, scegliere tra queste e verificare che quanto deciso sia effettivamente accaduto.

Il risultato più utile riguarda la distribuzione. Nel campione la fase decisionale era ripartita in modo tendenzialmente equilibrato, mentre anticipazione e verifica ricadevano in misura sproporzionata sulle donne. Tradotto nel mese di settembre, significa che la parte condivisa è quella in cui si decide chi accompagna il lunedì. La parte che resta sbilanciata è quella in cui qualcuno controlla il sito della scuola il 28 agosto, si accorge che l'orario ridotto dura fino al 21, chiama la nonna, verifica che la domanda per la mensa sia stata accettata e ricorda il giovedì che quel giorno l'uscita è anticipata.

Quando riorganizzarsi significa uscire dal lavoro

La riorganizzazione ha un punto di rottura documentato. Ogni anno l'Ispettorato nazionale del lavoro pubblica i dati sulle dimissioni convalidate dei genitori con figli fino a tre anni, una procedura prevista dall'articolo 55 del decreto legislativo 151/2001 per verificare che la scelta sia effettivamente libera. Nella relazione relativa al 2025, le convalide complessive sono 59.770. Di queste, 40.628 riguardano lavoratrici madri, pari al 68 per cento del totale.

Le motivazioni indicate separano nettamente i due gruppi. Per i padri la ragione prevalente è il passaggio a un'altra azienda, che copre il 62,3 per cento dei casi. Per le madri prevalgono le difficoltà legate ai servizi, indicate nel 46,4 per cento delle motivazioni, seguite da quelle legate all'organizzazione del lavoro, al 32,6 per cento. Insieme, le due voci arrivano al 79 per cento.

Dentro la seconda categoria compaiono numeri che descrivono la rigidità in modo diretto. Alla voce che segnala il rifiuto del datore di lavoro di modificare gli orari, turni ed elasticità in ingresso e uscita compresi, l'Ispettorato registra 907 casi di madri contro 96 di padri. Alla voce relativa al part time negato, 828 lavoratrici contro 14 lavoratori. Nello stesso anno, su 2.398 richieste di flessibilità presentate da donne, 1.507 non sono state accolte.

Il part time come infrastruttura privata

Quando la flessibilità viene concessa, prende quasi sempre la stessa forma. Nelle convalide del 2025 il 45,4 per cento delle lavoratrici madri aveva un contratto a tempo parziale, contro il 7,3 per cento dei padri. È una proporzione che si ritrova nel mercato del lavoro nel suo complesso.

Il rapporto Le Equilibriste di Save the Children, giunto nel maggio 2026 alla sua undicesima edizione, indica che il 32,6 per cento delle donne tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio minore lavora part time, contro il 3,5 per cento dei padri nella stessa condizione. In oltre un caso su dieci si tratta di part time involontario, l'11,7 per cento. Lo stesso rapporto registra un tasso di occupazione del 58,2 per cento tra le madri con figli in età prescolare, con differenze territoriali larghe, dal 73,1 per cento del Nord al 45,7 per cento tra Sud e isole, e una penalizzazione associata alla maternità stimata al 33 per cento.

Letto accanto ai calendari scolastici, il dato assume un significato preciso. La riduzione dell'orario femminile è ciò che rende gestibile un sistema costruito su orari che non coincidono con quelli del lavoro retribuito. Il costo di quella riduzione, in contributi versati e in avanzamenti mancati, resta privato e individuale.

Gli strumenti disponibili e i loro limiti

Uno strumento formale per coprire le settimane irregolari esiste. Il congedo parentale spetta a entrambi i genitori lavoratori dipendenti e può essere fruito anche in modo frazionato, a giornate o a ore, entro limiti stabiliti dalla contrattazione o, in sua assenza, pari a metà dell'orario medio giornaliero. L'Inps indica in nove mesi il periodo massimo complessivo indennizzabile per la coppia, di cui tre indennizzati all'80 per cento della retribuzione al ricorrere di determinate condizioni. La legge di bilancio per il 2026 ha esteso la finestra di utilizzo fino ai quattordici anni del figlio.

Lo strumento, però, non ridistribuisce nulla da solo. Un congedo indennizzato sotto il cento per cento viene usato, nella maggior parte delle coppie, da chi guadagna meno, e in Italia chi guadagna meno è quasi sempre la stessa persona che già gestisce anticipazione e verifica. È la stessa logica che pesa sulle decisioni legate al rientro al lavoro dopo la maternità, dove il calcolo economico immediato finisce per confermare una distribuzione che nessuno ha deciso in modo esplicito.

Vale la pena rileggere le date lombarde con questa chiave. Il calendario che sdoppia settembre e giugno discende da una delibera regionale del 18 aprile 2012, confermata di anno in anno proprio per garantire stabilità a chi programma con mesi di anticipo. Da quattordici anni, quindi, lo scarto tra la materna e le elementari è noto in anticipo a chiunque. Continua a essere risolto in privato, una famiglia alla volta.

Domande frequenti

Perché la scuola non inizia nello stesso giorno in tutta Italia?

Perché il calendario scolastico è competenza delle regioni e delle province autonome, che lo deliberano tenendo conto di esigenze climatiche, turistiche e organizzative locali. Il monte ore annuale minimo resta però stabilito a livello nazionale, quindi chi comincia prima termina più tardi e il numero complessivo di giorni di lezione rimane sostanzialmente equivalente ovunque.

Che cos'è il carico organizzativo di settembre e perché ricade soprattutto sulle donne?

È l'insieme delle attività necessarie a far combaciare orari scolastici irregolari e orari di lavoro, dalla lettura delle circolari alla ricerca di coperture. Ricade in prevalenza sulle donne perché, come rileva l'Istat, nelle coppie di occupati sono loro a svolgere il 68,9 per cento del lavoro familiare complessivo, con quote più alte nel Mezzogiorno.

Quanto durano gli orari ridotti nelle prime settimane di scuola?

Dipende dal singolo istituto, che decide in autonomia sulla base del dpr 275/1999 e della disponibilità di organico e di servizi comunali. In molti casi l'orario completo e la mensa partono una o due settimane dopo la prima campanella. La data esatta compare nelle circolari pubblicate dalla scuola tra fine agosto e inizio settembre.

Il congedo parentale si può usare per coprire i primi giorni di scuola?

Sì, perché il congedo parentale può essere fruito anche in modo frazionato, a giornate singole o a ore. Spetta a entrambi i genitori lavoratori dipendenti e, secondo quanto indica l'Inps, prevede per la coppia un massimo di nove mesi indennizzabili, tre dei quali all'80 per cento della retribuzione al ricorrere di specifiche condizioni.

Quante madri lasciano il lavoro per difficoltà di conciliazione?

Nel 2025 l'Ispettorato nazionale del lavoro ha convalidato 40.628 dimissioni di lavoratrici madri con figli fino a tre anni, pari al 68 per cento delle convalide totali. Nelle motivazioni femminili, le difficoltà legate alla disponibilità di servizi pesano per il 46,4 per cento e quelle legate all'organizzazione del lavoro per il 32,6 per cento.

Il part time delle madri è una scelta o una necessità?

Il rapporto Le Equilibriste 2026 di Save the Children indica che il 32,6 per cento delle donne tra 25 e 54 anni con almeno un figlio minore lavora a tempo parziale, contro il 3,5 per cento dei padri. L'11,7 per cento di questo part time risulta involontario, quindi legato all'assenza di alternative organizzative.

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